(G. Piacentini) – A questo punto della stagione, lo scorso anno, la Roma di Luis Enrique aveva già manifestato iprimi sintomi di cedimento perdendo 3-0 col Psg (in 45’, nel triangolare col Wacker Innsbruck) e con lo stesso punteggio a Valencia. Dava, soprattutto, l’impressione di essere un progetto ancora in alto mare. Dodici mesi dopo la Roma di Zeman manda segnali opposti.
Non solo per i numeri—5 vittorie in altrettante partite, 2 soli gol al passivo — ma perché dopo meno di un mese dal raduno si cominciano a vedere alcuni tratti distintivi del gioco del boemo. La squadra, insomma, comincia ad avere la propria identità. È questa la notizia migliore, ma non è la sola. Sfoltita la rosa dal peso «politico» ed economico di alcuni senatori, il gruppo sembra essersi affidato completamente ai dettami di Zeman. L’esempio più lampante è Totti, che a 36 anni si sacrifica in un ruolo, quello di esterno sinistro, che ha già detto di non gradire.
Una buona notizia arriva dal mercato: in attesa di Destro, tutti i nuovi si stanno ambientando con facilità. Bradley sembra giocare in giallorosso da una vita, Castan pure, Panagiotis sta dando ragione a Zeman che ha scommesso su di lui, Florenzi idem. Burdisso, infine, è da considerare come un nuovo acquisto. Poche, fino ad oggi, le spine. Se non sarà risolto in fretta, il ballottaggio tra Stekelenburg e Lobont può diventare un problema. Così come la mancanza degli esterni difensivi: oggi i titolari sono Rosi, in partenza per Parma, e Taddei che ha scavalcato Josè Angel, di gran lunga il peggiore della squadra. In attesa di Dodò, ancora fermo ai box per motivi fisici, servono due titolari: la società ha puntato Balzaretti e Torosidis. Se arrivassero entrambi, la Roma potrebbe lottare per vincere. Che è quello che la proprietà americana ha chiesto a Zeman.